La scuola in ostaggio
di Antonella Pontonio
La scuola ostaggio: tra il cinismo della politica e la stanchezza del rito. La scuola italiana non è più un ascensore sociale, ma un campo di battaglia dove a restare ferito è, sistematicamente, il futuro delle nuove generazioni. Da anni assistiamo a uno spettacolo stantio: da una parte un potere politico che si riempie la bocca di “merito” mentre taglia le risorse; dall’altra un fronte sindacale che risponde con scioperi rituali, tanto frequenti quanto inefficaci. In mezzo a questo scontro tra sordi, restano gli studenti, spettatori di un sistema che sembra aver dimenticato la sua missione originaria. Il fallimento della politica è tutto nelle cifre e nella retorica. Si annunciano riforme dai nomi altisonanti e nuovi licei come fossero prodotti di marketing, ma si ignora la realtà di un corpo docente tra i più anziani e meno pagati d’Europa. Parlare di eccellenza in istituti che cadono a pezzi e con classi sovraffollate non è solo miope, è un esercizio di cinismo. La politica ha trasformato l’istruzione in una voce di costo da sforbiciare per far quadrare i conti, delegittimando nei fatti il ruolo sociale dell’insegnante, ridotto a un esecutore burocratico sottopagato. Tuttavia, sarebbe intellettualmente disonesto non vedere i limiti di una protesta che ha smarrito la propria bussola. Lo sciopero, un tempo arma nobile di riscatto, è diventato una consuetudine del calendario, spesso programmato con una prevedibilità che ne annulla ogni impatto politico. Queste continue interruzioni del servizio non spaventano i palazzi del potere, ma esasperano le famiglie e puniscono i ragazzi, specialmente i più fragili, per i quali ogni ora di lezione persa è un’opportunità di emancipazione che svanisce. La protesta “di rito” ha finito per alimentare un’ostilità diffusa nell’opinione pubblica, oscurando le ragioni stesse del dissenso. Oggi la scuola è prigioniera di questo gioco a somma zero. Per salvarla non servono altri slogan governativi né l’ennesimo venerdì di braccia incrociate. Serve il coraggio di un investimento strutturale che rimetta al centro la dignità del lavoro educativo e la continuità del percorso didattico. Fino a quando l’istruzione resterà un terreno di scontro ideologico e non il cuore di un patto nazionale, continueremo a vedere un’istituzione che arranca, incapace di offrire ai propri figli le ali per volare.
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