Padroni in casa nostra: perché l’offesa di Trump è la sveglia che ci serviva
di Pino Manoli
C’è un limite che non può essere valicato, un confine invisibile ma d’acciaio che separa l’alleanza dalla subordinazione. Le recenti parole sprezzanti rivolte al nostro Paese non sono solo un insulto gratuito, ma il sintomo di una visione distorta: l’idea che l’Italia sia un territorio a disposizione, una scacchiera su cui muovere pedine senza chiedere permesso. È tempo di scuoterci dal torpore. Se non siamo rispettati come alleati paritari, dobbiamo avere il coraggio di agire come nazione sovrana.
Questa offesa deve essere la scintilla per riprenderci le nostre chiavi di casa. Non è più tollerabile che il suolo della Repubblica sia costellato di “enclave” straniere che rispondono a interessi non nostri. L’Articolo 11 della nostra Costituzione parla chiaro: l’Italia ripudia la guerra. Eppure, ospitiamo infrastrutture militari che ci rendono, di fatto, un bersaglio e una base logistica per conflitti decisi altrove. Riprenderci questi spazi non è un atto di ostilità, ma un atto di amore verso la nostra terra e di fedeltà ai nostri principi fondamentali.
Dalle coste della Sardegna alle pianure del Friuli, intere fette del nostro paesaggio sono sottratte ai cittadini, recintate e vincolate da servitù militari che sanno di un passato che dobbiamo lasciarci alle spalle. Liberare l’Italia dalle basi straniere significa restituire quei territori all’agricoltura, al turismo, alla bellezza e, soprattutto, alla nostra giurisdizione. Significa tornare a essere un Paese che decide il proprio destino, un “ponte di pace” nel Mediterraneo e non una portaerei immobile al servizio di potenze che ci insultano mentre usano il nostro mare.
Sia questa l’ora del riscatto. Dimostriamo che l’Italia non è un “protettorato”, ma una nazione con millenni di storia che non accetta lezioni di dignità da nessuno. È ora di tornare a essere padroni in casa nostra!
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