Il “politically correct”, una falsa rappresentazione del progresso
di Alessandro Scotto
Il “politicamente corretto”, furoreggiante nell’ultimo decennio, è equiparabile ad un anestetizzante del pensiero critico e non ad una rappresentazione del progresso. Esso incarna una finta inclusività ed un perbenismo di facciata dietro cui si nasconde la più subdola forma di omologazione culturale oltre alla presunzione di qualche lobby che vuole stabilire ciò che è giusto o meno. Una delle quali è quella della “Ideologia Gender” che, sotto le spoglie di una fluidità e labilità di orientamento sessuale, nega l’ordine naturale delle cose, l’eredità biologica e le tradizioni vetuste. E, a ben vedere, questi movimenti progressisti rappresentano soltanto una minoranza capitanata da pseudo-intellettuali o da partiti in cerca di voti (e tutto ciò a partire dal sessantotto). Il soddisfacimento di queste disforie di genere, protette dal politicamente corretto, è alla portata di acquisto per molti (interventi, lifting, farmaci, calmanti, integratori) e si rende utile al cambiamento di stato (fluidità, diete, chirurgia plastica, transgender ecc.). E più in generale la società dei consumi trova terreno fertile nel politicamente corretto e si fonda sull’insoddisfazione permanente, cioè sulla labilità emotiva e sul crollo del vero essere. Nel cinema tale degenerazione è rappresentata magistralmente da una trilogia di film. Bernardo Bertolucci affrontò il rogo della pellicola e la revoca dei diritti civili per l’erotismo ne “L’Ultimo tango a Parigi”, così come Pasolini violò ogni limite con il “Salò Sade” e Marco Ferreri usò l’iperbole grottesca ne “La grande abbuffata”. Ed è da segnalare un altro grande film di Jean Eustache, “La maman et la putain” che venne letto dal Merenghetti come una “parabola degli anni successivi al ’68, dove la politica non è più un ideale e il sesso, da forza rivoluzionaria, è rientrato nei ranghi dei giochi di potere della coppia borghese”, dunque un antesignano di quelli che saranno gli effetti del “politically correct”. Oggi queste opere verrebbero bloccate da commissioni etiche e algoritmi, poiché il politicamente corretto sostituisce l’estetica con il tribunale morale, trasformando l’individuo nel censore di se stesso.
Noi missini, in questo tempo prosaico e stanco, non possiamo far altro che rendere nostro l’appello contenuto nella bellissima citazione di Julius Evola:”Si lascino pure gli uomini del tempo nostro parlare, nel riguardo, con maggiore o minore sufficienza e improntitudine, di anacronismo e di antistoria. Noi sappiamo bene essere questi, solo gli alibi della loro disfatta. Li si lascino alle loro “verità” e ad un’unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine.”
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