Parigi in Fiamme, “Eliseo” in affanno

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Di Alessandro Scotto di Minico, Coordinatore Campania Fiamma Tricolore

Incalza la stagione delle urne presidenziali, e la sinistra francese affida le sue fortune al sostegno incondizionato dei tumultuanti. Una Francia già prostrata dai reiterati declassamenti inflitti dalle tre maggiori agenzie di rating, le quali, senza infingimenti, attestavano il malanno dei conti pubblici e d’un debito sfuggito ad ogni briglia. In quella stagione, il prestigio della Repubblica ebbe a patire ulteriore onta da un evento tanto inopinato quanto vergognoso: il «furto del secolo», consumato in pieno giorno entro il Louvre, aperto ai visitatori e gremito di custodi. Furono sottratti gioielli della corona e preziosi cimeli napoleonici per un valsente prossimo ai cento milioni di euro, tra lo scherno e le risa del mondo intero. Volge ora un anno da quei giorni, e la Francia si ritrova in balìa d’una tempesta ancor più aspra, che pare non offrire scampo al governo del Primo Ministro Sébastien Lecornu: la sollevazione dei liceali e degli universitari contro la scure calata sulle spese per l’istruzione e contro lo stato rovinoso di gran parte degli edifici scolastici delle metropoli. A ciò s’aggiunga la mestizia dei docenti precari, sballottati d’istituto in istituto, con buona pace della continuità didattica e privi d’ogni speranza di stabile impiego. Dalle scuole superiori della periferia orientale della capitale la fiamma si è propagata, in capo a poche settimane, all’intero Paese. Gli studenti lamentano la penuria di insegnanti, le aule rigurgitanti di scolari e le strutture fatiscenti. Seguirono i «fratelli maggiori» degli atenei, i loro maestri e molte altre schiere di lavoratori afflitti da retribuzioni esigue e dalla mancanza d’investimenti pubblici. Tumulti senza fine, scontri anche gravissimi con la forza pubblica, scenari di guerriglia urbana che sfregiano Parigi e le maggiori città, cinte quasi d’assedio. Una marea di oltre cinquecentomila animi in tumulto, con innumeri feriti sull’uno e sull’altro fronte (se ne contano duecentoquindici fra i soli studenti) e centinaia di arresti in flagranza fra i più accaniti. Né è mancata la risposta del potere. Nella sera di mercoledì scorso, Lecornu s’è rivolto alla nazione con un discorso televisivo, riconoscendo che «la collera dei giovani non nasce dal nulla» e che «nessuno può restare indifferente». Ha promesso un piano d’urgenza entro la fine d’ottobre, articolato in cinque cantieri: la sostituzione immediata dei docenti assenti, il riassetto degli edifici, il riordino dell’orario scolastico e maggiore trasparenza nel sistema d’accesso all’università, la celebre piattaforma Parcoursup. Il confronto con gli alunni proseguirà, istituto per istituto, fino alla settimana ventura. Il premier ha altresì difeso l’operato dei gendarmi, la cui missione è «proteggere i beni e, soprattutto, le persone», e ha negato d’aver comandato di fronteggiare i giovani; frattanto il governo ha sospeso, almeno per ora, l’impiego delle granate stordenti nel presidio delle piazze. Nel pieno d’una crisi energetica che grava su molti Paesi, ha infine promesso di mettere a disposizione dei distributori dieci milioni di barili di gasolio attinti alle riserve nazionali, per un trimestre. I ragazzi, dal canto loro, si apprestano a perseverare nella mobilitazione. Ma ciò che davvero fa raccapricciare è il contegno della sinistra radicale francese, con quel Jean-Luc Mélenchon, condottiero della France Insoumise (in nostra favella: l’«Indomita»), che prende parte ai cortei fianco a fianco con i dimostranti, patrocinando la protesta studentesca benché ormai violenta e fuori d’ogni freno. Con Lecornu s’è giunti a un duro scambio di accuse: il premier ha imputato ai quadri della France Insoumise d’aizzare i disordini; il tribuno ha replicato accusando l’esecutivo di reprimere i giovani con «ferocia» e con sottintesi «inequivocabilmente razzisti», accusa che Lecornu ha bollato come un insulto. Ha dato voce alla vicenda perfino Donald Trump, con una lettura assai diversa dalle ragioni addotte dagli studenti. Questo, in buona sostanza, ciò che avviene in queste ore a Parigi e nelle altre città d’Oltralpe: l’assalto frontale alle istituzioni, sorretto da tutte le insegne della «Gauche», dai socialisti ai comunisti fino ai seguaci di Mélenchon, nessuno dei quali vuol cedere ad altri la primogenitura del sostegno incondizionato ai manifestanti, e dunque ai possibili elettori. Il quadro è intricato e di ardua soluzione, ove si consideri che le presidenziali s’approssimano, attese per la prossima primavera, e che Lecornu deve intanto procacciarsi, in un Parlamento diviso, i consensi necessari a far approvare il bilancio del 2027, mentre le opposizioni ricusano i tagli di spesa e il caro-energia stringe le famiglie. È la solita logica che percorre il continente in tali frangenti: una sinistra paga unicamente del tornaconto politico, incurante delle macerie lasciate sul terreno da un’attitudine volgare e pretestuosa, intrisa d’ipocrisia, d’irresponsabilità istituzionale e di scarso senso dello Stato. Cambia il cielo, non muta la sinistra: da una sponda all’altra del continente, il medesimo vizio.

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