La svendita delle Telecomunicazioni Italiane
di Michele Zappatore
Da Monopolio Pubblico a Rete Straniera: L’Ultimo Atto della Svendita delle Telecomunicazioni Italiane
La parabola della rete di telecomunicazioni italiana è la storia di una progressiva e disastrosa cessione di sovranità, un processo che, partito con la “grande” privatizzazione degli anni ’90, ha trovato il suo epilogo più amaro e paradossale proprio sotto il Governo Meloni, un esecutivo che aveva fatto della “sovranità nazionale” la sua bandiera.
Tutto ha inizio nel lontano 1997, quando la SIP, l’allora monopolista di stato e colosso mondiale delle TLC, viene ristrutturata in Telecom Italia e poi svenduta. Una privatizzazione “scellerata,” secondo molte critiche, che invece di creare una public company solida come avvenuto in Germania o Francia, ha consegnato un’infrastruttura strategica in mani private che, tra scalate ostili, indebitamento selvaggio e speculazioni finanziarie, ne hanno avviato la lenta “demolizione.”
Dopo un ventennio di passaggi di mano (da Capitani Coraggiosi a colossi stranieri come Vivendi), l’atto finale arriva nel 2023, con il Governo guidato da Giorgia Meloni. Nonostante la Presidente del Consiglio, in passato, avesse promosso mozioni per riportare la rete sotto il controllo pubblico e avesse tuonato contro le “striscianti privatizzazioni” a favore di “gruppi industriali stranieri,” la realtà dei fatti ha preso una direzione opposta.
Il colpo di scena è la cessione definitiva della rete fissa di TIM (ribattezzata NetCo, che include la rete primaria, dorsale e FiberCop) al fondo di investimento americano KKR (Kohlberg Kravis Roberts). In un’operazione da oltre 20 miliardi di euro, il governo “sovranista” ha di fatto avallato la consegna dell’asset infrastrutturale più critico del Paese, dalle centrali ai cavi in fibra e rame, a un fondo statunitense.
Il Paradosso del Sovranismo.
La SIP, l’orgoglio tecnologico pubblico italiano, è diventata Telecom Italia e poi TIM, indebolita e privata.
Il Governo Meloni, che si era impegnato a difendere le infrastrutture strategiche, ha completato l’opera, consentendo che la proprietà fisica dell’autostrada digitale italiana finisse totalmente in mano a un operatore finanziario straniero.
TIM è rimasta un’azienda “light,” concentrata sui servizi e privata della sua rete, con una drastica riduzione di personale.
L’Italia, dopo aver svenduto le sue telecomunicazioni per “fare cassa” negli anni ’90, si ritrova ora con il suo principale asset infrastrutturale digitale controllato da un fondo di private equity estero, smentendo clamorosamente l’obiettivo dichiarato di riportare la rete sotto l’ombrello pubblico.
Questa operazione, pur motivata dalla necessità di ridurre l’enorme debito di TIM, è vista da molti critici come l’ultimo e più grave fallimento nella tutela degli interessi nazionali in un settore vitale per il futuro economico e strategico del Paese. L’epilogo è amaro: l’Italia ha perduto definitivamente il controllo diretto sulla sua spina dorsale digitale.
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