PINO RAUTI: “UN INCENDIARIO D’ANIME”

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di Alessandro Scotto di Minico, Coordinatore Campania Fiamma Tricolore

Il 19 novembre 1926, a Cardinale, nel cuore antico della Calabria, veniva alla luce Giuseppe “Pino” Umberto Rauti. A distanza di un secolo, la sua figura permane come una delle più ardue da ricondurre entro gli angusti serragli interpretativi nei quali il giornalismo politico italiano ha sovente confinato gli uomini e le idee che non si lasciano addomesticare. Rauti fu, prima ancora che dirigente politico, intellettuale militante, agitatore di coscienze, coltivatore di idee e, per una lunga stagione della Repubblica, irriducibile antagonista delle liturgie rassicuranti della partitocrazia. La sua parabola, protrattasi per quasi settant’anni, non può essere compresa attraverso la lente monocromatica della nostalgia o della mera appartenenza partitica. In lui convivevano, talvolta in aspra contesa, tradizione e rivolta, comunità e decisione, spiritualità e questione sociale, identità nazionale e aspirazione alla trasformazione dell’ordine politico. Fu precisamente questa compresenza di elementi eterogenei a renderlo difficilmente classificabile e, conseguentemente, assai più facile da fraintendere che da comprendere. Rauti apparteneva alla schiera degli uomini politici per i quali la politica non era soltanto amministrazione dell’esistente, né mercimonio di consenso elettorale. La concepiva come pedagogia civile, disciplina dello spirito, elaborazione culturale e, soprattutto, come capacità di prefigurare ciò che ancora non esisteva. La sua diversità fu dunque una diversità militante: non una posa ornamentale, ma il tentativo pervicace di sottrarsi tanto al conformismo conservatore quanto alla sterile ripetizione di un ritualismo nostalgico. Già nella giovinezza aveva maturato la convinzione che i valori della tradizione non potessero essere separati dalla questione sociale. Da questa intuizione scaturì una ricerca politica che avrebbe assunto negli anni una fisionomia metapolitica: la volontà di costruire una sintesi fra identità, partecipazione, solidarietà e trasformazione delle istituzioni. Una destra, nella sua concezione, non avrebbe dovuto limitarsi alla custodia dell’ordine costituito, ma interrogarsi sulla natura stessa della comunità nazionale e sulle forme attraverso le quali restituire al popolo una più autentica sovranità. Non stupisce, allora, che persino la lontana Pravda si fosse accorta, nel 1979, della peculiarità del fenomeno rautiano, definendolo con una formula tanto aspra quanto suggestiva: “incendiario d’anime”. Il termine, al di là della sua evidente coloritura polemica, coglieva un elemento sostanziale: attorno a Rauti si era coagulata una generazione di giovani intellettuali intenzionati a edificare una destra altra, refrattaria ai perbenismi di maniera e non disposta a farsi rassicurante ancella del sistema partitico. La rivista Linea (di cui mi onoro di possedere il primo numero) divenne uno degli strumenti attraverso i quali quella temperie culturale trovò una propria voce. Era il tentativo di sottrarre la destra al provincialismo, di spalancarne le finestre sulle correnti del pensiero europeo e di restituirle una vocazione intellettuale. In questa prospettiva Rauti guardava tanto alla tradizione evoliana quanto al sindacalismo rivoluzionario, tanto alla critica del capitalismo finanziario quanto alle forme di solidarismo sociale, cercando una sintesi che non si lasciasse catturare dalle consuete dicotomie. È in questo humus che germogliarono alcune delle esperienze più singolari della destra italiana del secondo dopoguerra. L’interesse per le nuove scienze e per l’ambientalismo, la riflessione sulle istituzioni, il localismo comunitario, la cultura giovanile, la musica alternativa, l’arte, la narrativa fantastica, il fumetto, le problematiche femminili e le nuove forme di aggregazione furono altrettanti rivoli di un medesimo fiume. I Campi Hobbit, organizzati dal fervente missino Generoso Simeone, rappresentarono forse la manifestazione più visibile di questo tentativo di svecchiamento: una destra che aspirava a possedere una propria mitologia culturale, una propria estetica, una propria capacità di parlare alle generazioni future. Rauti fu, in larga misura, il propulsore di tale fermento. Attraverso libri, riviste, centri di studio e iniziative politiche contribuì a formare una leva di militanti che non intendevano vivere di rendita sulle rovine di un passato, ma misurarsi con il futuro. Fra le sue opere rimangono, in questa prospettiva, Le idee che mossero il mondo e la Storia del fascismo, scritta in larga parte da lui e per la restante dal sodale Rutilio Sermonti: testi che, piaccia o dispiaccia, appartengono al corpus intellettuale attraverso il quale una parte della destra italiana ha cercato di interpretare la propria vicenda storica. La biografia politica di Rauti fu, nondimeno, segnata da controversie giudiziarie e da vicende processuali che si intrecciarono con alcune delle stagioni più torbide e laceranti della storia repubblicana. Su questi passaggi occorre procedere con rigore, distinguendo gli atti giudiziari dalle interpretazioni politiche e le responsabilità accertate dalle ricostruzioni di parte. Resta però incontestabile, sul piano biografico, che tali vicende accompagnarono per decenni la sua vita pubblica e contribuirono a rendere la sua figura uno dei nodi più controversi della destra italiana. La sua storia politica affonda le radici nella giovinezza, quando aderì alla Repubblica Sociale Italiana e conobbe successivamente la prigionia nei campi nordafricani dai quali uscì stremato e sottopeso. Nel dopoguerra fu tra i giovani che si avvicinarono al neonato Movimento Sociale Italiano, ma manifestò presto insofferenza verso una concezione puramente rituale e nostalgica dell’esperienza missina. L’incontro con l’ambiente di Ordine Nuovo e con il pensiero di Julius Evola rappresentò una tappa fondamentale della sua formazione, così come lo furono le polemiche interne al MSI sull’identità, sulla strategia e sul destino politico della destra. Da quella stagione nacque anche il Centro Studi Ordine Nuovo, dove imperavano i testi di Julius Evola e di René Guénon, esperienza che Rauti concepì soprattutto come laboratorio di formazione e di elaborazione culturale. L’organizzazione purtroppo venne sciolta ufficialmente nel giugno del 1969, ma la convinzione di Rauti perpetrata nel Centro Studi Ordine Nuovo restò sempre la stessa, ossia quella di costituire un movimento politico capace di formare una classe dirigente e di produrre cultura viva nel segno della militanza e non solo nella mera e formale testimonianza. Da qui l’insistenza sulla metapolitica, sull’educazione militante e sulla necessità di preparare uomini prima ancora che raccogliere voti. Il successivo ritorno nel MSI di Giorgio Almirante segnò una nuova fase. Rauti si fece interprete della strategia dello “sfondamento a sinistra”, persuaso che una destra nazionale e sociale potesse intercettare istanze che il tradizionale bipolarismo ideologico lasciava ai margini. Nel 1990 assunse la segreteria del MSI, ma quella esperienza fu breve e tormentata dalle divisioni interne e dalle dinamiche di potere che attraversavano il partito. Fu, tuttavia, proprio nelle successive vicende della destra italiana che la traiettoria rautiana assunse un significato ulteriore. Quando il vecchio MSI entrò nella stagione della trasformazione e della progressiva ridefinizione della propria identità, Rauti non ritenne esaurita la propria battaglia. Al contrario, si pose il problema della continuità: che cosa sarebbe rimasto di quella concezione nazionale, sociale, comunitaria e metapolitica una volta dissolta la forma storica del MSI? È qui che, nella lettura rautiana della vicenda politica, assume rilievo decisivo il Movimento Sociale Fiamma Tricolore. La Fiamma viene infatti concepita come il luogo nel quale quella eredità avrebbe trovato continuità politica, organizzativa e ideale, senza essere assorbita nella nuova architettura della destra post-missina. In questa prospettiva, l’eredità di Rauti confluisce interamente nel Movimento Sociale Fiamma Tricolore: non come semplice reliquia museale di una stagione trascorsa, ma come prosecuzione di una linea politica fondata sull’identità nazionale, sulla sensibilità sociale, sulla sovranità, sulla formazione culturale e sulla critica delle derive oligarchiche e finanziarie del sistema. È precisamente questo il punto sul quale la memoria di Rauti continua a essere contesa. Per alcuni, la sua esperienza appartiene soprattutto alla storia del MSI e alla stagione almirantiana; per altri, la sua eredità non può essere separata dalla scelta compiuta negli ultimi anni della sua militanza, quando la Fiamma Tricolore divenne il vessillo sotto il quale custodire e tramandare quella particolare idea della destra nazionale e sociale. In questa seconda interpretazione, la Fiamma non sarebbe dunque una parentesi della biografia rautiana, ma il suo approdo politico e il deposito vivente della sua eredità. Rauti morì dopo molti degli uomini con i quali aveva condiviso il sogno, forse impossibile, di una rivoluzione culturale e politica: Giano Accame, Enzo Erra, Fausto Gianfranceschi e altri protagonisti di quella destra irregolare, inquieta, spesso misconosciuta. Ma la loro vicenda non può essere ridotta a una semplice galleria di reduci. Essa appartiene alla storia delle idee e delle culture politiche italiane del secondo Novecento. Rauti era consapevole che nessuna comunità politica può sopravvivere se recide le proprie radici. Per questo la sua raccomandazione alle generazioni più giovani insisteva sulla necessità di non disperdere il raccolto della propria storia. Il passato, nella sua concezione, non doveva diventare una zavorra, ma una sorgente dalla quale trarre linfa per il futuro. A un secolo dalla sua nascita, la figura di Pino Rauti continua dunque a presentarsi nella sua duplice veste di uomo di certezze e contraddizioni, di intellettuale e militante, di organizzatore e agitatore, di uomo della tradizione e, insieme, di instancabile ricercatore di forme nuove. Una figura difficilmente conciliabile con le tassonomie convenzionali. Ed è proprio nella Fiamma Tricolore che, secondo questa interpretazione della sua eredità, tale complesso lascito trova la propria continuità politica più diretta: la fiamma come segno di permanenza, la memoria come disciplina, la tradizione come materia viva e la politica come incessante tentativo di trasformare le idee in destino collettivo. Non una semplice sopravvivenza del passato, dunque, ma la pretesa di consegnare a una nuova generazione un patrimonio politico e culturale ancora capace di interrogare il presente. È questa, in ultima istanza, la controversa e feconda eredità rautiana: una destra non pacificata, non convenzionale, irriducibilmente inquieta, che considera la cultura non un ornamento della politica, ma la sua prima trincea.

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