L’ILVA SI SPEGNE: IL TRADIMENTO DI UN’INDUSTRIA STRATEGICA E IL VUOTO DELLA POLITICA
Quando i forni si spengono, si spegne anche la sovranità di una Nazione
di Antonio Donati
La chiusura definitiva dei forni Ilva non è un semplice fatto industriale: è l’atto di morte di un pezzo di sovranità nazionale. L’Ilva di Taranto non era solo un’acciaieria, era il simbolo della capacità produttiva italiana, un presidio strategico che avrebbe dovuto essere difeso con la stessa determinazione con cui si difendono i confini. Invece, la politica italiana ha scelto il vuoto.
IL VUOTO DELLA POLITICA
Mentre i forni si raffreddano, i politici si moltiplicano in commissioni, tavoli tecnici e dichiarazioni di circostanza. Nessuno ha avuto il coraggio di dire una verità semplice: l’acciaio è sovranità. Un Paese che non produce il proprio acciaio è un Paese vassallo, costretto a comprare da altri ciò che dovrebbe produrre da sé. La politica italiana ha fallito su tre fronti:
- Mancanza di visione strategica: l’Ilva è stata trattata come un’azienda in crisi, non come un asset nazionale irrinunciabile.
- Assenza di decisioni: anni di rinvii, commissariamenti e indecisioni hanno portato al collasso.
- Sottomissione a logiche esterne: la svendita a multinazionali straniere ha completato il tradimento.
L’INDUSTRIA COME PILASTRO DELLA NAZIONE
Secondo la visione dello Stato Organico, le industrie strategiche non sono merci di scambio né oggetti di speculazione finanziaria. Sono pilastri della sovranità nazionale, al pari delle Forze Armate o del sistema energetico.
L’Ilva avrebbe dovuto essere gestita direttamente dallo Stato, protetta da qualsiasi svendita a interessi stranieri, modernizzata con investimenti pubblici e integrata in una filiera nazionale dell’acciaio. Invece si è scelta la via del liberismo: privatizzazioni, commissariamenti e, infine, la chiusura.
LE RESPONSABILITÀ
La responsabilità è trasversale e sistemica:
- I governi degli ultimi trent’anni hanno svenduto il patrimonio industriale pubblico.
- L’Unione Europea ha imposto vincoli senza offrire alternative produttive.
- La finanza internazionale ha trattato l’Ilva come un asset da smantellare.
- La politica locale ha oscillato tra proteste sterili e complicità silenziose.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: migliaia di lavoratori senza futuro, una filiera distrutta e una Nazione più debole.
LA TERZA VIA: PROPOSTE PER UN’INDUSTRIA SOVRANA
Secondo i principi della Terza Via, la soluzione non è né il liberismo selvaggio né la statalizzazione burocratica, ma un modello corporativo e organico:
- Nazionalizzazione strategica: le industrie strategiche (acciaio, energia, difesa, trasporti) devono tornare sotto controllo pubblico diretto.
- Piano industriale nazionale: lo Stato deve definire un piano decennale per la riconversione e modernizzazione dell’Ilva, con investimenti pubblici massicci in tecnologie pulite.
- Corporazioni industriali: creazione di una Corporazione dell’Acciaio che riunisca Stato, lavoratori, tecnici e imprese collegate.
- Sovranità energetica e ambientale: investimenti in energia nucleare e rinnovabili nazionali per alimentare l’industria pesante.
- Difesa del lavoro: i lavoratori dell’Ilva sono custodi di un sapere industriale che deve essere preservato. Nessuna chiusura senza un piano di ricollocazione dignitosa.
O SOVRANITÀ O DECADENZA
La chiusura dell’Ilva non è un fatto isolato: è il sintomo di una Nazione che ha abdicato alla propria sovranità industriale. Se non si inverte questa rotta, il destino è segnato: dipendenza totale dalle importazioni, perdita di know-how, disoccupazione strutturale e indebolimento della difesa nazionale. L’Italia non può permettersi il lusso di spegnere i propri forni. Ogni acciaieria chiusa, ogni fabbrica delocalizzata, ogni filiera ceduta a interessi stranieri è un pezzo di sovranità che se ne va. La politica deve smettere di essere un teatro di chiacchiere e tornare a essere strumento di decisione e di azione. Serve coraggio, visione e intransigenza nel difendere ciò che è strategico per la Nazione. L’Ilva si spegne, ma la fiamma della sovranità industriale non deve morire. Serve un nuovo patto tra Stato, Industria e Lavoro. Serve una visione organica che ponga l’interesse nazionale al di sopra di ogni calcolo elettorale.
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