7 Ottobre 2022

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IL COMANDANTE CARLO FECIA DI COSSATO

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di Francesco Saverio Bianco

Il 27 agosto 1944, moriva a Napoli, suicidandosi, uno degli eroi italiani del secondo conflitto mondiale, il Comandante di Marina Carlo Fecia di Cossato. Si suicidava per denunciare la gravissima situazione morale in cui versava l’Italia, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943: il tradimento dei valori nei quali aveva sempre creduto.  Di seguito, una lettera alla madre in cui l’eroe spiegava i motivi del suo gesto: “Da nove mesi ho molto pensato alla tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina, a cui mi sono rassegnato solo perché ci è stata presentata come un ordine del Re, che ci chiedeva di fare l’enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della Monarchia al momento della pace. Tu conosci cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Da questa constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso. Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d’uscita, uno scopo nella mia vita. Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è con loro. Spero, mamma, che mi capirai e che anche nell’immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa, saprai capire la nobiltà dei motivi che mi hanno guidato. Tu credi in Dio, ma se c ‘è un Dio, non è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell’ora. Per questo, mamma, credo che ci rivedremo un giorno. Abbraccia papà e le sorelle e a te, Mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato. In questo momento mi sento vicino a tutti voi e sono sicuro che non mi condannerete”.

Carlo Fecia di Cossato, nasceva a Roma da una nobile famiglia piemontese, sostenitrice della monarchia sabauda. Dopo aver completato gli studi al Regio Collegio Militare di Moncalieri, aveva frequentato l’Accademia Navale di Livorno, dalla quale nel 1928, era uscito con il grado di guardiamarina. Aveva partecipato prima alla guerra d’Etiopia, come tenente di vascello sull’incrociatore Bari e poi alla guerra di Spagna, come sommergibilista.

Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, era al comando del sommergibile “Ciro Menotti”. Nell’ambito della 34a Squadriglia, operava in numerose missioni offensive nell’ Atlantico e nel Mediterraneo, che gli valevano due Medaglie d’argento, due Medaglie di bronzo e una Croce di Guerra, oltre a tre Croci di Ferro germaniche.

Dopo l’armistizio, rimaneva fedele alla Corona e a Bastia, in Corsica, il 9 settembre 1943, al comando della torpediniera “Aliseo”, mentre le truppe tedesche occupavano il porto, soccorreva la torpediniera Ardito, bloccata e danneggiata dai germanici, riuscendo ad annientare numerose navi della Kriegsmarine. L’impresa gli valeva la Medaglia d’oro al valor militare.

Dalla Corsica quindi si spostava col resto della flotta italiana a Palermo, ove riceveva provviste dagli americani. Poi andava a Malta e di qui a Taranto. Quando in primavera si diffondeva la notizia che, nonostante la cobelligeranza, le navi italiane sarebbero state cedute alle potenze vincitrici, ordinava alla propria squadra quanto segue: «Se venisse confermato l’ordine di consegna, dovunque vi troviate lanciate tutti i vostri siluri e sparate tutti i colpi che avete a bordo contro le navi che vi stanno attorno, per rammentare agli angloamericani che gli impegni vanno rispettati; se alla fine starete ancora a galla, autoaffondatevi.»

Poi nel giugno 1944, si rifiutava di riconoscere il nuovo Governo del Sud, Governo Bonomi e all’ordine dell’ammiraglio rispondeva: «No, signor ammiraglio, il nostro dovere è un altro. Io non riconosco come legittimo un governo che non ha prestato giuramento al Re. Pertanto non eseguirò gli ordini che mi vengono da questo governo. L’ordine è di uscire in mare domattina al comando della torpediniera “Aliseo”. Ebbene l'”Aliseo” non uscirà.».  L’insubordinazione gli valeva l’arresto e la perdita del comando dell’Aliseo.

Scoppiavano tumulti fra gli equipaggi, che si schieravano a sostegno di del  Comandante, che era per questo liberato, ma posto in licenza. Da qui l’epilogo, il suicidio. La fine di uno dei più grandi tra i figli d’Italia, che ancora oggi narra il dramma  di una guerra persa e la fine della sovranità italiana.

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