Intelligenza Artificiale e lavoro

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di Francesco Alì

L’ingegneria politica sfida gli agenti AI
La cosiddetta Intelligenza Artificiale, comunemente riferita ai grandi modelli linguistici (LLM), desta più emozione di quanta utenti e sviluppatori possano metabolizzare, infatti viene oggi abusata per rispondere a qualunque esigenza e tra poco la ritroveremo anche negli elettrodomestici, gli stessi di prima ma sovrapprezzati. Per chi – come me – se ne occupa dal punto di vista ingegneristico risulta stucchevole, ma prevedibile.
L’entusiasmo passerà e i problemi rimarranno, a meno che noi sapremo porre rimedio. Innanzitutto, bisogna capire che l’adozione industriale delle soluzioni IA è solo una fase del lungo processo di automazione del lavoro in atto da quasi trecento anni. C’è chi prevede la rivolta delle macchine e chi la carestia; io ci vedo l’opportunità di un ritorno alla grande politica, che affronta le sfide poste dallo svolgimento della storia.
A sconvolgerci sono stati due aspetti: parla un italiano perfetto comunicando con un’interfaccia simile alle nostre applicazioni di messaggistica; i mestieri oggi a rischio sono quelli da sempre ritenuti al riparo dal processo di automazione. Sono le professioni intellettuali che richiedono la produzione di immagini e testo. E la prima discriminante tra uomo e macchina – per ora – è proprio la capacità di creare qualcosa di mai visto prima: le macchine di oggi procedono per pura induzione dagli esempi cui sono esposte; l’uomo ha l’intuizione, che rimarrà sua prerogativa almeno fino a quando non capiremo come funziona secondo la psicologia.
Più un problema è frequente, più ripetitive sono le azioni che portano alla sua soluzione, e più l’automazione lo strapperà al lavoro umano. Poiché il principio sottostante l’IA attualmente in commercio è l’apprendimento automatico, essa guarda sempre al passato per generalizzare l’esperienza al futuro. Come un robot può assemblarne un altro, così un qualunque agente IA può progettarne e nel breve futuro allenarne un altro. Siamo di fronte allo scenario in cui le IA si riprodurranno? No, perché manca l’ultimo tassello.
La creatività, l’intuizione, lo studio della natura, la politica e il progresso tecnico e sociale attingono tutti al libero arbitrio. Noi decidiamo come impegnare le nostre energie perché facciamo delle scelte, razionali o emotive che siano; la macchina non prende e non potrà mai prendere decisioni. Tutt’al più potrà simularlo introducendo nel suo meccanismo di funzionamento delle variabili aleatorie. L’IA assomiglia più all’asino di Buridano, che di fronte a due balle di fieno identiche si lascia morire di fame, perché non può decidere. Essa ha accesso a una infinitesima parte della realtà che l’uomo vive, non ha bisogni e non ha morale, pertanto non prende decisioni.
La meraviglia delle IA commerciali non sta nella capacità della macchina di trovare una soluzione, ma dal fatto che ha appreso gran parte dell’incommensurabile patrimonio letterario umano. Non crea nuove soluzioni, ma rimescola le nostre.
Cosa ci rimane da tutto questo? La prerogativa umana sarà sempre quella di prendere decisioni. Siamo di fronte a un nuovo capitolo dell’automazione del lavoro, che riguarda perfino i mestieri intellettuali. Quale agricoltore non ha beneficiato del motore, potendo lavorare sempre meno ore? Quale operario non ha beneficiato dei sistemi di rilevamento delle anomalie? E quanti di noi non ci hanno guadagnato in termini di disponibilità di cibo e sicurezza? L’intelligenza umana consiste nel trasformare le minacce in opportunità, e la politica ha bisogno di questo.
La disoccupazione diffusa è il risultato di un modello di sviluppo economico in cui la rendita finanziaria vale più dell’economia reale e i titoli più delle persone. Dell’automazione hanno beneficiato non i lavoratori, ma quegli imprenditori e investitori che hanno costretto a lavorare dalla mattina alla sera sempre meno persone per produrre gli stessi volumi. L’automazione non rende superflui i lavoratori, ma le ore prestate complessivamente. Se nei campi agricoli vediamo il ritorno del lavoro servile, nelle fabbriche e negli uffici la settimana lavorativa di 40 ore diventa ridondante.
Se ogni uomo e donna può produrre di più a parità di lavoro prestato, il profitto derivante deve essere distribuito aumentando gli stipendi; oppure riducendo progressivamente l’orario di lavoro, rendendo necessarie nuove assunzioni. Questa è la risposta della politica sociale a beneficio dell’intera comunità nazionale, di cui risentiranno positivamente la demografia, la salute, la partecipazione alla vita pubblica, la produzione artistica e scientifica.
Un esempio pratico: dopo aver scritto questo articolo in forma estesa, ho ridotto il tempo necessario ad accorciarlo con l’uso dell’IA “Claude”, che mi ha permesso di passare una buona mezzora in più in famiglia.

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